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Manifesto dell’antisessismo nei luoghi misti antifascisti

Dato che all’interno dell’ambito delle lotte sociali ed anche dell’antifascismo militante, emerge spesso e volentieri un’impreparazione diffusa riguardo all’esercizio dell’antisessismo, ripubblichiamo da “Umanità Nova” n. 19 del 17 maggio 2009 (poi ampliato e rivisto da https://assembleantifascistabologna.noblogs.org) la traduzione abbreviata di un “Manifesto dell’antisessismo nei luoghi misti antifascisti” scritto in Germania e diffuso a Kreuzberg negli anni Novanta.
Sebbene parli di antifascismo, il discorso – sempre attuale, al di là di quando è stato scritto il manifesto potrebbe valere infatti anche per altre forme di antagonismo. Crediamo che una riflessione su questi temi sia importante, non solo a partire da singoli episodi, ma mettendo in questione ogni giorno il sistema storico-culturale che li produce. Continua la lettura di Manifesto dell’antisessismo nei luoghi misti antifascisti

Il tribunale di Forlì Condanna l’antifascismo

■ IL TRIBUNALE DI FORLÌ CONDANNA L’ANTIFASCISMO! ■
Solidarietà alle antifasciste e agli antifascisti condannatx per essersi oppostx all’apertura di un covo fascista a Cesena.

Mercoledì 15 settembre 2021 al Tribunale di Forlì si è tenuta l’udienza definitiva di primo grado, con relativa sentenza, del processo che vedeva imputate 5 persone per diversi reati riguardanti la composita opposizione contro l’apertura della sede di Cesena di Casapound aperta in Via Albertini 28/D nel gennaio 2018.
Nella fattispecie, i fatti si riferiscono a delle “pressioni” – che sarebbero avvenute subito prima dell’apertura del covo dei fascisti del terzo millennio – nei confronti dei proprietari del negozio che sarà poi di fatto affittato proprio al gruppo di estrema destra, e a un volantino che ricordava le complicità di chi concede i propri locali a questi gruppi affisso per Cesena, con indicati nomi e cognomi dei summenzionati proprietari.
Dopo diverse udienze – e diversi presidi antifascisti solidali di fronte al Tribunale – il giudice, Ilaria Rosati, ha assolto una di queste cinque persone e condannato le altre quattro. Tre di queste sono state condannate ad una multa di 800 euro a testa per diffamazione, per la diffusione del già detto volantino, sebbene non si sia portata una sola prova a carico nei loro confronti: né un fermo di polizia con identificazione, né immagini di telecamere e nemmeno il sequestro del volantino in questione. É bastata la sola testimonianza di un paio di poliziotti che dicono di averle viste affiggere il volantino per farle condannare, anche se queste hanno sempre affermato di aver distribuito un volantino differente da quello preso in esame (un volantino esistente, effettivamente diffuso davanti a negozi sfitti che, genericamente, invitava i proprietari a non affittare i propri spazi a movimenti fascisti).
Un’altra persona è stata invece condannata a sette mesi di carcere, con pena sospesa, per tentata violenza privata, con l’accusa di avere tentato verbalmente di convincere i proprietari a non affittare il loro negozio ad un manipolo di picchiatori fascisti dichiarati.
Oltre alle condanne, c’è da aggiungere anche il pagamento complessivo delle spese legali e processuali e un risarcimento di circa 9.000 euro in totale per i proprietari del negozio, Daniele e Francesco Lombardini, padre e figlio (quest’ultimo avvocato) costituitisi come parte civile, che hanno lamentato un danno di immagine e psicologico, telefonate di persone risentite per la scelta di affittare il negozio a un gruppo di fascisti ed esprimendo il timore di ipotetiche ritorsioni.
In tutto si parla quindi di circa 15.000 euro da dover sborsare se in appello la sentenza di condanna dovesse essere confermata.
Come già detto altre volte, senza voler fare qui dello sterile vittimismo, queste persone pagano anche per le tante iniziative e lotte antifasciste portate avanti a Cesena a seguito dell’apertura della sede di Casapound (sede che fu oggetto anche di esposti da parte dei condomini dello stabile in cui era situata, che certo non gradivano questo tipo di vicinato, e che oggi risulta in vendita e frequentata pochissimo, con parte del gruppo di Casapound impegnata come settore attivo nell’organizzazione dei cosiddetti “No Paura Day” ed un’altra transitata sul carro di Fratelli d’Italia, partito che in città ha recentemente aperto una sua sede in piazza del Popolo, dove prima c’era la sezione del PD).
Ancora di più, anche se non una novità, queste condanne ci sembrano il frutto del clima che respiriamo oggi in Italia, dove tra discriminazioni etniche e di genere, aggressioni ai lavoratori in lotta da parte di squadracce private pagate dalle imprese, manovre poliziesche e giudiziarie contro l’opposizione dal basso agli ultimi governi e sempre nuovi e affinati strumenti repressivi non ci deve stupire che un giudice nell’epoca attuale si senta giustificato a condannare quattro antifascistx….per antifascismo! In questo modo legittimando indirettamente la presenza dei gruppi fascisti e delle loro gesta sui territori.
Ovviamente, è chiaro che le antifasciste e gli antifascisti che sono statx condannatx andranno sostenutx, anche riguardo l’aspetto solidale-monetario per quella che ci appare come una vera e propria estorsione da migliaia di euro.
Il tentativo palese è quello di intimidire le persone disposte a lottare per un’idea di esistenza in totale contrapposizione con l’ideologia autoritaria, sfruttatrice e sostanzialmente fascista.
Spetta a tutte e tutti noi – antifasciste e antifascisti, persone libere, solidali – dimostrare che non hanno raggiunto lo scopo, e dimostrare che chi lotta non è mai solx!

– ANTIFASCISTE ED ANTIFASCISTI DI FORLÌ E CESENA
– INDIVIDUALITÀ LIBERTARIE

Per sottoscrivere il presente comunicato, da parte di gruppi, collettivi, spazi, etc, la mail a cui fare riferimento è questa: cesenantifa@inventati.org

Forza Nuova: nipotini della Guardia di ferro

di Saverio Ferrari (*)

Forza nuova, nata nel settembre 1997, è tra le più vecchie fra le formazioni neofasciste post-missine. Di stampo integralista cattolico, si ispira senza infingimenti, da sempre, alla Guardia di ferro rumena fondata da Corneliu Zelea Codreanu, uno dei più sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto. Attiva negli anni Trenta e Quaranta, la Guardia di ferro arrivò a collaborare con i nazisti e praticare l’azione terroristica su larga scala. I “legionari” (così si facevano chiamare) della Guardia di ferro furono soprattutto protagonisti di spaventosi pogrom antiebraici, tra gli altri quello di Bucarest del 22 gennaio 1941. Un atto bestiale: i legionari irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo. Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo «carne ebrea». «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati. Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di ferro. Più di un centinaio di essi furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi.

Costituita da Roberto Fiore (già promotore alla fine degli anni Settanta di Terza posizione) e da Massimo Morsello (prima nella sezione del Fuan di via Siena a Roma, poi nei Nar), ambedue fuggiti a Londra nel 1980 (inseguiti da mandati di cattura per associazione sovversiva e banda armata e successivamente condannati rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a otto anni e due mesi), Forza nuova è stata più volte oggetto di attenzioni da parte della magistratura. Moltissimi sono stati gli episodi che hanno visto militanti e dirigenti di Fn, o che vi avevano fatto parte, condannati per aggressioni violente. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma riguardo la natura di questa organizzazione, di particolare rilevanza sono stati due pronunciamenti della Cassazione: il primo, dell’8 giugno 2010, con sentenza avversa a una denuncia di Roberto Fiore, ritenne «pienamente giustificato l’uso delle espressioni» «nazifascisti» e «neofascisti» nei confronti di Forza nuova. Il secondo, del 10 febbraio 2011 (sentenza 4938 della Quinta sezione penale), assolveva dall’accusa di diffamazione il direttore e un giornalista del «Corriere della Sera», denunciati anche in questo caso da Roberto Fiore, per l’intervista a un politico che definiva l’organizzazione «chiaramente fascista» e «portatrice di valori quali la xenofobia, il razzismo, la violenza e l’antisemitismo». Il testo della sentenza affermava che «alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista, segnatamente delle leggi razziali», la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo».

Forza nuova, dopo aver subito nel maggio 2020 una grossa scissione che ha dato vita alla Rete dei Patrioti e prosciugato molte sezioni territoriali, si è infiltrata come scelta strategica nei movimenti No Vax e No Green Pass, radicalizzando paroled’ordine soprattutto contro la “Dittatura sanitaria”. La lotta con CasaPound per l’egemonia nella galassia neofascista la sta spingendo sempre più verso derive violente. L’assalto alla Cgil è un punto di arrivo, volto a segnare con un inconfondibile marchio fascista la propria azione.

(*) ripreso dalla pagina facebook dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre

Nemici dello Stato e diritto penale del nemico

Riflessioni sulle forme di repressione del dissenso ed abuso della legislazione antiterrorismo. Una riflessione pubblicata da Extremaratio di Ettore Grenci, avvocato penalista, già Segretario della Camera Penale di Bologna “Franco Bricola” e componente dell’Osservatorio Corte Costituzionale dell’Unione Camere Penali Italiane. Oggetto dello scritto sono le forme di repressione del dissenso e l’abuso della legislazione antiterrorismo.

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“CONTACT TRACING”, OVVERO LE APP DI TRACCIAMENTO DEI CONTATTI.

(QUI IL PDF DELL’OPUSCOLO)

Tra le diverse strategie – tutte comprendenti mezzi che comprimono la libertà degli individui – messe in campo a livello globale dai vari governi per contenere il contagio del nuovo coronavirus c’è anche il cosiddetto “contact tracing”, ovvero il tracciamento dei contatti tra persone tramite l’uso di app scaricabili sui dispositivi mobili (smartphone).
Si tratta di strumenti previsti e consigliati anche dall’Europa e dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in caso di epidemie, e che i governi han fatto proprio basandosi sull’esempio di paesi asiatici come Cina, Sud Corea, Taiwan, Honk Hong, Singapore ed altri, tra i primi a sviluppare ed introdurre questo tipo di tecnologie di controllo nei loro paesi, pur con alcune differenze nel loro funzionamento (alcune prevedono il tracciamento con GPS, altre col solo Bluetooth, altre ancora attraverso il codice QR o prevedendo un mix delle diverse soluzioni).
Anche l’Italia, come altre nazioni, a marzo ha predisposto un bando per individuare un progetto per sviluppare apposite tecnologie di tracciamento, a cui hanno partecipato centinaia di aziende italiane e internazionali. A seguito della scelta del governo italiano, la app di contact tracing “Immuni”, sviluppata da un raggruppamento di società guidato dalla milanese Bending Spoons, è entrata a far parte dell’arsenale governativo a partire dal 1 giugno.
Nel PDF allegato, uno studio e un approfondimento sulle diverse app di tracciamento, in Italia, in Europa e all’estero, sul loro funzionamento, sulle diverse società sviluppatrici coinvolte, sui diversi protocolli previsti, nonché il ruolo dei colossi multinazionali come Google e Apple (ma anche Amazon ed altre ancora) e le criticità e i rischi per la libertà individuale che tali nuove tecnologie mettono a repentaglio.
Perché come ha detto qualcuno «Le misure temporanee hanno la fastidiosa abitudine di sopravvivere alle emergenze, specialmente se c’è sempre una nuova emergenza all’orizzonte» e «Qualsiasi cosa entri a far parte della quotidianità presto comincia a passare inosservata».

Sfatiamo i luoghi comuni sulla questione casa!

Sfatiamo i luoghi comuni sulla questione casa!

Un luogo comune vuole che, se non ci sono case per tutt*, la colpa sarebbe delle persone immigrate che, oltre a “rubarci il lavoro”, usufruiscono loro solamente delle prestazioni sociali come il diritto alla casa.
La spiegazione di questo assunto, del tutto assurdo e immotivato, sarebbe che le istituzioni e i comuni garantiscono solamente le persone immigrate ma non i poveri italiani.
La cosa ovviamente non è vera e non sta in piedi ad una disamina complessiva e seria della questione. Sia italiani che immigrati poveri hanno le stesse identiche problematiche. Il problema casa non guarda in faccia a nessun* e alle istituzioni certo non importa di che colore hai la pelle, per le istituzioni importa solo a che classe sociali appartieni: se sei povero allora a loro di te non importa nulla, che tu sia italiano o immigrato poco importa!
Anche i numeri statistici la dicono lunga su quanto sia falsa l’affermazione che “solo agli immigrati vengono date le case”!
A Forlì il numero di persone assegnatarie di una casa popolare è di 1.483. Di questi 1288 sono cittadini italiani (86,5%), solo 166 gli stranieri extracomunitari e 22 quelli comunitari.
In tutta la Regione Emilia-Romagna i numeri sono simili.
Il problema vero, semmai, è che i governi, le istituzioni, i Comuni e l’azienda casa non fanno nulla per trovare soluzioni reali al problema, delegando tutto alla solita logica assistenziale svolta dagli enti confessionali del territorio. Da anni i Comuni non emettono bandi pubblici per le assegnazioni di case popolari, non effettuano alcuna ristrutturazione del patrimonio pubblico esistente e ancora meno spendono per costruire nuovi alloggi di edilizia popolare.
Da decenni i governi che si sono succeduti (nessuno escluso) hanno speso milioni di euro per la fantomatica “sicurezza”, per la videosorveglianza, per le cosiddette “grandi opere” (molte delle quali inutili e/o dannose) e per le missioni militari all’estero ma non hanno messo un soldo da destinare ad un serio piano di costruzione di nuove case popolari.
Questa situazione determina che sempre più persone, sia italiane che immigrate, siano costrette a dormire per strada o cercare alloggi di fortuna, spesso abbandonati e lasciati all’incuria dai proprietari pubblici o privati (in Italia ci sono la bellezza di 7 milioni di case vuote, sfitte ed inutilizzate!). Il governo in carica (Lega-5 Stelle) ha in più varato un decreto sicurezza che ha alzato di molto le pene per il reato di occupazione abusiva di alloggi vuoti. Come se la colpa fosse di chi occupa un tetto per necessità e non di un ingiusto sistema socio-economico che sfrutta le persone e crea disuguaglianze inaccettabili, e della politica che se ne frega!
E così molte persone perdono la vita all’aperto, all’addiaccio sotto le stelle, al freddo.
E’ giusto questo? No che non lo è!
Ecco perché occorre abbandonare le stupide questioni di nazionalità (il razzista “prima gli italiani”) e tornare a fare della solidarietà tra sfruttati l’unica nostra linea guida. Perché solo se ci si unisce con chi ha gli stessi nostri problemi possiamo sperare di avere la forza per pretendere un cambiamento. Altrimenti continuerà la solita guerra tra poveri, tra ultimi e penultimi, mentre chi sta in alto, al comodo di una villa con piscina e riscaldamento sempre acceso, se la riderà vedendoci scannare tra di noi.
Se guerra deve esserci, che sia almeno la guerra consapevole degli sfruttati contro i loro sfruttatori!
Smettiamola di avere vergogna perché se non abbiamo una casa la colpa non è nostra ma di questo sistema cinico e ingiusto: protestiamo, facciamo casino, facciamoci sentire, perché solo così i nostri diritti verranno rispettati. Se stiamo zitti, se stiamo fermi, continueranno a calpestarci come coloro che si credono i padroni sempre hanno fatto.

“Una Casa per Tutt*!” – Forlì

Chi torturava ed infoibava ai tempi dell’Adriatisches Küstenland

Chi torturava ed infoibava ai tempi dell’Adriatisches Küstenland

Tratto da LA NUOVA ALABARDA·DOMENICA 10 FEBBRAIO 2019

[Di Claudia Cernigoi]

Una nota del SAP, il sindacato di PS noto anche perché alcuni suoi dirigenti sono stati condannati per avere ripetutamente insultato ed offeso la famiglia di Stefano Cucchi, stigmatizza, in occasione del Giorno del Ricordo che «le recenti iniziative intraprese in alcune parti d’Italia da “associazioni negazioniste” di una pagina così tragica e buia della nostra storia, offendono la memoria di queste vittime innocenti, tra queste anche Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, che pagarono con la vita, il solo fatto di rappresentare i valori dell’Italia indossando una divisa a servizio degli italiani».
Nel periodo fascista i poliziotti ed i carabinieri si distinsero per la brutalità dei mezzi di repressione usati contro gli antifascisti, in tutta Italia, e nella Venezia Giulia non furono da meno; sotto l’occupazione nazista, quando il corpo dei Carabinieri venne sciolto (e quindi alla fine della guerra nessun “carabiniere”, a meno che fosse passato sotto altre formazioni collaborazioniste, fu “infoibato”) e la PS passò direttamente sotto gli ordini di Hitler, come tutte le forze armate dell’Adriatisches Kustenland annesso al Reich, le repressioni violente, con “orribili persecuzioni, torture ed infoibamenti” furono messe in atto proprio da corpi collaborazionisti come l’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia, comandato dal vicecommissario Gaetano Collotti.
Leggiamo ora alcune testimonianze.
«Collotti (…) odiava con ferocia i partigiani italiani e slavi, ma per gli slavi nutriva un odio particolare. Infatti mentre sottoponeva gli italiani ad una serie di torture che andavano dalle busse alla (…) introduzione di decine di litri di acqua calda ed allo schiacciamento delle dita, per gli sloveni riservava dei tormenti inenarrabili (…) che costituiscono il tragico ricordo di uomini e donne della nostra città che sono passati dalle celle di Villa Triste alle camere di tortura e da qui ai campi di concentramento… »[1].
«Siccome le sevizie nei confronti dei Prodan [2] continuavano, la suocera disse al Collotti di avere pietà, al che egli rispose: “Vi distruggerò tutti, maledetta razza s’ciava!”»[3].
«Il teste [4] (…) specifica che il più accanito era il Miano che soleva dire alle sue vittime: “Ricordatevi di Miano che non lo dimenticherete mai più” tanto che le vittime ritenevano si trattasse di uno pseudonimo, sembrando impossibile che l’aguzzino desse il suo vero nome»[5].
«Il dottor Toncic racconta (…) che il Mazzuccato violentò diverse donne, fra cui alcune minorenni, per quanto fosse notoriamente affetto da sifilide»[6].
Un giorno che si era recato presso l’Ispettorato Speciale, Diego de Henriquez sentì le urla, sempre più forti di una donna; gli dissero che la stavano interrogando e lo invitarono ad uscire. De Henriquez fece in tempo a vedere un pesante scudiscio ed a udire una frase: “Se non parli ti spacco la testa”. Lo studioso annotò che tali metodi erano ben noti in città[7].
«L’apparecchio di tortura elettrico è stato portato nella sede dell’Ispettorato da Collotti al quale venne regalato dalle SS secondo quanto sentivo dire dagli agenti. L’apparecchio elettrico stava nella stanza di Collotti ma qualche volta ho sentito dire che passava nell’ufficio di Perris (…)»[8].
L’ispettore De Giorgi della Polizia Scientifica firmò in data 18/1/46 una «perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale». Tale perizia, richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste [9] descrive, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: «stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a bracciuoli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurientissime confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione ».
Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurientissime confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo, come Jordan Zahar, ad esempio.
L’ispettore De Giorgi dichiarò inoltre in una intervista: «Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo». E tra gli “anfratti” (cioè le “foibe”) un teste ha indicato anche il pozzo della miniera di Basovizza: «Nell’estate del ‘44 pascolavamo il bestiame nei pressi del pozzo della miniera di Basovizza ed abbiamo visto più volte venire su due appartenenti alla Guardia Civica (riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde) che portavano con sé dei civili che, uno alla volta, gettavano dentro il pozzo. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine. Li vedemmo arrivare un giorno con un furgone della ditta Zimolo»[10].
Giuseppina Rovan, che fu anch’essa picchiata e torturata con la “cassetta”, denunciò fra i torturatori il brigadiere Fera e l’agente Mercadanti. Venne condotta ai Gesuiti «in condizioni disastrose di salute (…) sono stata visitata dal medico militare delle carceri (…) al quale ho narrato le torture subite perché perdevo sangue in gran copia dai genitali (…) era dipeso dal fatto che quando sono stata percossa nell’ufficio di Collotti, questi, mentre ero a terra abbattuta e nuda, è montato col peso della persona sul mio ventre (…) il medico ha detto che non poteva fare niente contro gli agenti di via Bellosguardo (…) ai primi di giugno durante la mia detenzione ai Gesuiti una donna proveniente da via Bellosguardo, in seguito a sevizie è stata trasportata all’Ospedale con la CRI, dove, secondo quanto si è narrato in carcere fra noi, è deceduta. Durante tale epoca è morto anche un uomo ai Gesuiti, sempre in seguito alle torture subite in via Bellosguardo (…)»[11].
Rosa Kandus testimoniò al processo contro il “collottiano” Lucio Ribaudo, che «portava i baffetti alla Hitler» e che tra i metodi di tortura pare privilegiasse quello del tubo di gomma, oltre alle sevizie sessuali sulle donne.
«La donna istriana è stata identificata per Angeluccia Paoletti (1893) (…) in data 18/8/44 ore 20.45 giungeva morta alla locale astanteria Ospedale Maggiore (…) in seguito a commozione cerebrale, frattura del braccio destro, frattura del femore sinistro, ferita lacero-contusa al ginocchio destro, gomito sinistro, probabili lesioni interne. La Paoletti era accompagnata dal commissario di polizia Tedeschi dell’ex Ispettorato di Polizia il quale dichiarava all’agente di polizia colà in servizio che detta donna poco prima si era gettata a scopo suicida da una finestra sita al primo piano del palazzo ove aveva sede l’Ispettorato stesso»[12].
Maria Merlach, incarcerata ai Gesuiti, «raccontò a tutte le detenute della cella n. 40 le sevizie che aveva subito (…) aveva il viso stravolto ed era talmente terrorizzata che ad ogni piccolo rumore sussultava». Era stata torturata con la “macchina elettrica” e disse che «preferiva darsi la morte anziché avere a che fare con quella gente. Il giorno in cui vennero gli agenti per prenderla di nuovo e condurla all’Ispettorato, la Merlach in preda ad una convulsione nervosa, si mise a piangere fortemente e diceva povera me, pregate perché io muoio»[13].
«Risulta che Maria Merlach nata a Trieste nel 1911 ebbe a suicidarsi il gennaio 1945 gettandosi in strada dagli uffici della polizia di via Cologna in Trieste, nei quali era stata accompagnata onde essere interrogata quale sospetta di appartenenza alle file partigiane e per sfuggire agli interrogatori stessi»[14].
Umberta Giacomini (nata Francescani), quando fu arrestata il 9/3/44, era incinta di quattro mesi. Il 15 marzo venne “interrogata” da Collotti, che la picchiò selvaggiamente assieme agli agenti Brugnerotto, Sica e Mignacca. A causa di questo abortì ed ebbe una forte emorragia, perciò fu trasportata all’ospedale. Successivamente Mignacca e Ribaudo vennero per riportarla all’Ispettorato, ma date le sue condizioni fisiche (non riusciva neanche a tenersi in piedi), come testimoniò lei stessa «soprassedettero dal tradurmi dal Collotti ed il Ribaudo mi disse pensate che abbiamo avuto pietà di voi perché eravate madre…»[15].
«In seguito venni inviata alle carceri dei Gesuiti, poi al Coroneo ed infine ad Auschwitz e mio marito in quello di Dachau, dove rimanemmo 18 mesi (…) Ritornammo dai campi di concentramento ammalati. Mio marito non si ristabilì più e tuttora è invalido»[16].
Marija Fontanot, nata nel 1928, fu arrestata da agenti dell’Ispettorato nella sua abitazione di via Cellini 2, perché «figlia di Bernobic Giuseppe, partigiano». Assieme a loro fu arrestata anche la sublocatrice del loro appartamento, Giuseppina Krismann. Furono portati in via Bellosguardo, dove rimasero per 8 giorni. Marija Fontanot fu ripetutamente violentata in presenza del padre. Le due donne furono poi condotte in carcere ed in seguito deportate ad Auschwitz, da dove furono liberate con l’arrivo dell’Armata Rossa. Quanto a Giuseppe Bernobic, una certa Danila, che era detenuta in via Bellosguardo, disse a Marjia che il padre era stato ucciso in Risiera[17].
Ci ha colpito il testo del comunicato del SAP, perché attribuisce ai partigiani esattamente gli stessi comportamenti criminosi dei poliziotti collaborazionisti nel corso della repressione degli antifascisti, agli ordini dell’occupatore germanico.
Ma siamo francamente stufi di tutte queste menzogne e mistificazioni diffuse sulla stampa e sui social, ancora più gravi se fatte da chi dovrebbe essere al servizio della democrazia e non della memoria nostalgica di chi ha tuttora un debole per certe idee e metodi dei tempi bui del secolo scorso.
[1] Il Lavoratore, 29/11/59.
[2] Nerina Prodan ed il fratello Pietro.
[3] Corriere di Trieste, 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[4] Il dottor Bruno Pincherle nel corso del processo Gueli.
[5] Corriere di Trieste” 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[6] Corriere di Trieste, 4/2/47, resoconto del processo Gueli.
[7] Diario n. 15, p. 2.438, conservato presso i Civici Musei di Trieste, nota raccolta da Vincenzo Cerceo.
[8] Testimonianza di Giuseppe Giacomini nel “Carteggio processuale Gueli” (archivio IRSMLT n. 914).
[9] Copia di tale perizia è conservata presso l’archivio IRSMLT, doc. 913, corredata dagli schizzi che illustrano i metodi di tortura.
[10] Sul Piccolo” del 3/11/99, dichiarazioni citate in una lettera scritta da Primož Sancin. Che Collotti usasse i carri della ditta di pompe funebri Zimolo è confermato dalla testimonianza della prof. Niny Rocco del CLN triestino (archivio IRSMLT n. 874). Quanto alle divise da Guardia civica, va detto che molti membri della Guardia civica erano stati inquadrati dell’Ispettorato Speciale.
[11] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[12] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[13] Testimonianza di Ada Benvenuti datata 6/2/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[14] Attestazione del Procuratore Generale del 14/11/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[15] Testimonianza di Umberta Francescani Giacomini, moglie di Guido Giacomini, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[16] Il Lavoratore, 29/11/54.
[17] Testimonianza di Marija Fontanot Crevatin, archivio IRSMLT 917bis.
La foto (Archivio IRSMLT 912) raffigura la squadra volante dell’Ispettorato Speciale, comandata da Collotti, prima di un rastrellamento a Boršt nel gennaio 1945. Questi i nomi degli agenti identificati: 1: Iadecola Antonio, autista; 2: “Seliska”, fiduciario di Collotti (Rado Seliskar); 3: altro fiduciario di Collotti, “Pap”, triestino (forse Mauro Padovan); 4: un ufficiale delle SS non identificato; 5: Collotti; 6: Andrian Dario, vicecommissario ausiliario, triestino; 7: altro fiduciario di Collotti, triestino, del quale Giacomini non ricorda il nome ma che negli appunti di Galliano Fogar viene indicato come Gustavo Giovannini; 8: Paccosi Bruno, guardia; 9: Simonich Mirko, ausiliario; 10: Greco Matteo, guardia; 11: Romano Gaetano, guardia; 12: “Guardia Alessandro” (dovrebbe trattarsi di Alessandro Nicola); 13: Giuffrida Salvatore
Dai vari documenti da noi consultati ci risultano scomparsi durante l’amministrazione jugoslava i seguenti 67 agenti (anche ausiliari) dell’Ispettorato Speciale di PS (su un totale di 140 poliziotti scomparsi. Li elenchiamo di seguito, con l’annotazione di ciò che abbiamo saputo di loro.
Andrian Dario (n. 6 nella foto) arrestato 2/5/45; Aurino Avelardo, arrestato 2/5/45 [1]; Barezza Salvatore, cuoco presso l’Ispettorato, arrestato 1/5/45; Bilato Massimo, arrestato 1/5/45; Binetti Corrado, come PS risulta in servizio a Lubiana ed ucciso dai partigiani il 14/1/45, come Guardia civica risulta arrestato il 24/5/45 a Trieste e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [2]; Boato Argante, arrestato 4/5/45; Bottiglieri Domenico, anche membro del Sicherheit Dienst, arrestato 1/5/45; Braccini Augusto, arrestato 21/5/45; Bruneo Antonio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Burzachechi Giovanni, già CC, poi anche SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Camminiti Santo, riesumato dall’abisso Plutone (data morte presunta 23/5/45); Carbonini Antonio, arrestato e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Castagna Antonio, squadrista “squadra manganellatori” [3], arrestato 31/5/45; Cattai Mario, arrestato 1/5/45; Cattani Roberto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Cipolli Aldo, anche membro del SI.DI., arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Conte Mario, , fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; De Simone Mario, arrestato 1/5/45; Del Papa Filippo, anche agente di custodia, a Gorizia risulta scomparso (d.m.p.) nel gennaio 1945, mentre a Trieste risulta riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Della Favera Ferruccio, arrestato 1/5/45; Esposito Carmine, riesumato dalla Grotta del Cane di Gropada; Fabaz Aurelio, arrestato 1/5/45; Fabian Mario, infoibato nel Pozzo della Miniera di Basovizza (4/5/45); Fidanza Giordano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Fregnan Emilio, arrestato 2/5/45; Gatta Vittorio, squadrista sciarpa littoria, membro del Direttivo del Fascio, rastrellatore, risulta infoibato presso Basovizza; Geraci Giovanni, già comandante della tenenza dei Carabinieri di Sesana, poi di quella di via Cologna, dopo lo scioglimento dell’Arma entrò nell’Ispettorato, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Giuffrida Francesco, “uno dei più temuti torturatori della banda Collotti” [4], arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Greco Matteo (n. 10 nella foto), riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Grieco Pasquale, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Ingravalle Mauro, risulta anche milite dell’MDT, BN, arrestato il 30/4/45 nella caserma di via Rossetti [5], condotto a Villa Decani e disperso; Krisa (o Crisa) Ottocaro, squadrista, informatore dell’Ispettorato ed interprete della SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Leban Vittorio, arrestato 1/5/45; Luciani Bruno (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti Wilma Varich, torturata e poi deportata in Germania e di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [6]), arrestato il 21/5/45; Mignacca Alessio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Milano Gaetano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Minetti Giuseppe, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Nelli Lanciotto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Nicoletti Cesidio, arrestato 2/5/45; Nussak Silvano, arrestato 1/5/45 (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [7]), Padovan Mauro (forse il n. 3 nella foto), delatore infiltrato nel movimento di liberazione, scomparso non si sa se a Monfalcone o a Trieste; Pastore Paolo, arrestato 2/5/45, internato a Prestranek e disperso; Pasutto Giovanni, anche informatore della SS, arrestato 6/5/45, morto in carcere a Lubiana 30/8/45; Piani Mario, arrestato 1/5/45 [8]; Piccinini Pietro, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Picozza Antonio, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Pisciotta Salvatore, arrestato 1/5/45; Pisetta Luigi, arrestato 5/5/45; Polidoro Edmondo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [9]; Raelli Pietro, morto in carcere a Lubiana; Runce Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sabbatini Bruno, squadrista, saccheggiatore di negozi ebraici, anche BN, rastrellatore, arrestato 6/5/45, fucilato ad Ospo; Sangiorgi Leopoldo, arrestato 2/5/45; Santini Bruno, arrestato 1/5/45; Santini Mario, arrestato 1/5/45, disperso a Hrpelje; Scimone Francesco, arrestato 1/5/45; Scionti Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sciscioli Gasparo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Selvaggi Raimondo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Sfregola Cosimo Damiano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Soranzio Ferruccio, detto Crock, infiltrato nei gruppi partigiani, arrestato nel maggio 1945, secondo gli elenchi di Ferenc “fatto uscire”, ma ancora detenuto nella primavera del 1947, come visto precedentemente; Spinella Giovanni, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Stolfa Ezechiele, arrestato 2/5/45; Suppani Mario, uno dei responsabili degli arresti del CLN di febbraio 1945, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Terranino Pietro, arrestato 3/5/45; Tomicich Giorgio, già sottotenente Esercito Repubblicano, arrestato 1/5/45; Vescera Vincenzo, arrestato 2/5/45; Zarotti Adriano, arrestato 1/5/45, riesumato dalla foiba di Gropada Orlek (d.m.p. 12/5/45); Zian Gustavo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45 [10].
[1] Il 10/12/45 si svolse a Trieste, presso la Corte d’Assise Straordinaria, un processo a carico di Migliorini Renzo, Siderini Giuseppe, Buttinaz Giordano, Monacelli Salvatore ed Aurino Avelardo (quest’ultimo contumace) imputati di avere, nel gennaio 1945, «in correità tra loro e Fregnan Fulvio >, tentato di oltrepassare la linea del confine occidentale tedesco per entrare nell’Italia liberata ed organizzare «una resistenza nazifascista >.
[2] La dicitura “forse fucilato a Lubiana” deriva dalla ricerca di Ferenc, “Kdaj so bili usmrčeni”, pubblicata nel “Primorski Dnevnik” del 7/8/90 .
[3] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[4] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[5] Nella caserma di via Rossetti era di stanza un gruppo della Guardia civica.
[6] SI AS 1827 fascicolo 34.
[7] SI AS 1827 fascicolo 34.
[8] Altra fonte lo dà come ucciso a Carbonera (TV) con Collotti.
[9] In una nota dell’Ufficio del Pubblico Accusatore leggiamo che nel 1946 Polidoro risultava in servizio presso la Questura di Venezia (nota in AS zks 1584 ae 459).
[10] Nelle citate note del Pubblico accusatore di Ajdovščina troviamo un fascicolo a nome di Ziani Guido, “segretario fascista di Trieste”, responsabile degli arresti di Josip e Ivan Pregarc di Ricmanje. SI AS 1827, fascicolo 34.
Claudia Cernigoi, 10 febbraio 2019.

Se non li conoscete…i “bravi ragazzi” di Caccapound

Se non li conoscete…i “bravi ragazzi” di Caccapound

Ecco chi sono i “bravi ragazzi” di CasaPound, ecco cosa c’è dietro la loro retorica, con cui a giorni alterni si dipingono come rispettosi delle regole democratiche oppure “ribelli anti-sistema”: la solita sporca guerra agli ultimi, in perfetta continuità con le politiche di tutti gli ultimi governi. Non accettano lezioni di democrazia e stile, perché il loro stile è aggredire, bastonare, accoltellare chiunque considerino “diverso”, “estraneo” o semplicemente contrario al loro tentativo di dare una patina di modernità a quella schifezza che è il fascismo.
Già due anni fa questa inchiesta dell’Espresso sul neofascismo in Italia evidenziava questa natura del partitino di Iannone [ http://espresso.repubblica.it/…/casapound-altro-che-bravi-r… ], mentre su questa mappa si posso agevolmente vedere tutte le aggressioni riconducibili a Casapound, compresi l’omicidio di un uomo a Fermo nel 2016 e quello di altri due a Firenze nel 2011 [ https://www.google.com/maps/d/viewer…].

Queste sono le persone che oggi apriranno una sede a Trieste.
Queste sono le persone che non vogliamo nella nostra città.

 Apriamo i porti! // Chiudiamo CasaPound!

#Trieste #TriesteAntifascista

Neonazisti a Forlì

Neonazisti a Forlì

Da un po’ di tempo anche a Forlì i neonazisti di “Lealtà & Azione” stanno cercando di mettere radici, spesso in modo strisciante.
Venerdì 7 dicembre 2018 hanno presentato il calendario 2019 dell’Associazione “I lupi danno la zampa”, l’associazione “animalista” legata a Lealtà Azione, al bar Caffetteria Perugini di via dei Filergiti 5 a Forlì
E’ la seconda volta che questi neonazi fanno iniziative in quel bar (nella stessa caffetteria avevano tenuto una raccolta fondi per l’ennesima associazione collaterale qualche mese fa).

Invece il 1 dicembre i neonazi di (S)Lealtà & Azione per l’occasione si sono mascherati dietro un altro nome, quello dell’Associazione Memento ovvero uno delle tante “associazioni” sotto cui si cela la compagine neonazista (una altro nome con cui spesso si presentano è quello dell’Associazione Bran.Co, da notare sempre il riferimento al lupo, simbologia già usata al tempo dai nazisti).
Come Memento, assieme ad un fantomatico “Istituto storico crimini della Resistenza”, hanno deciso di invitare il revisionista storico e ravennate Gianfranco Stella a presentare il suo ultimo libraccio contro i partigiani, intitolato nientemeno che “COMPAGNO MITRA. SAGGIO STORICO SULLE ATROCITA’ PARTIGIANE”.
La presentazione del libro è avvenuta 
all’Hotel Globus City di Forlì (via Traiano Imperatore 4) con la presenza dell’avvocato Francesco Minutillo di Fratelli d’italia come moderatore.
Da notare che lo stesso libraccio, infarcito di fatti decontestualizzati e parziali e del tutto in malafede (lo stesso Stella afferma di essersi spacciato per una persona di sinistra al fine di ottenere testimonianze per la compilazione del libro), era già stato presentato anche a Ravenna il 26 novembre scorso, con una conferenza stampa congiunta in cui a fianco di Stella compariva anche Alberto Ancarani di Forza Italia.
E’ estremamente grave che questo genere di pubblicazioni vengano propagandate come realtà storica. Ma cosa aspettarsi da chi, come Ancarani, anche recentemente si è espresso contro la revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini da parte del Comune di Ravenna!?!

Comunque sia, è ancor più grave che neonazisti come Lealtà Azione trovino spazio, ospitalità ed aiuto nella città di Forlì.
Lealtà Azione è uno dei gruppi più violenti e antisemiti che esistono oggi in Italia nell’area di estrema destra, in Lombardia e Liguria per esempio hanno già conquistato l’egemonia dell’area, anche attraverso innumerevoli episodi di violenza che vedono come protagonisti alcuni hammerskin gravitanti attorno all’organizzazione.
Lealtà Azione in Romagna è presente ad oggi con alcuni sparuti militanti soprattutto nella provincia di Forlì-Cesena, ma ha anche organizzato la pulizia della lapide di Ettore Muti al cimitero di Ravenna e gode di conoscenze tra i militanti di Lealtà Azione emiliani, specialmente di Bologna, Modena e Reggio Emilia.
I militanti romagnoli di L&A hanno aperto una pagina Facebook denominata  “Fortezza Identità Tradizione” in cui pubblicizzano le loro iniziative.

[Forlì] Una risposta di piazza ai fascisti del gruppo ‘Forlì ai forlivesi’

Venerdì 13 novembre diverse/i antifasciste/i e antirazziste/i sono scese/i in strada a Forlì per opporsi all’ennesimo gruppo fascista che si è costituito negli ultimi mesi. Il gruppo in questione si chiama “Forlì ai forlivesi”. Un nome che non deve trarre in inganno: “Forlì ai forlivesi” solo nominalmente si richiama ad un comitato cittadino, aperto e apartitico, ma nella realtà è animato da esponenti che si ispirano al nazional-socialismo tedesco (seguono in calce le informazioni sul loro fondatore-portavoce). Nazisti, razzisti e xenofobi! Una sorta di coordinamento a livello territoriale tra Forza Nuova, Casa Pound e il Movimento Idea Sociale, ovvero le forze di destra radicale attive nel forlivese.

Una cinquantina di questi soggetti alle ore 20:00 di venerdì 13 si sono dati appuntamento, preannunciandolo sugli organi di informazione e sui social network, all’inizio di via Mazzini, vicino al centro storico, per cercare di raggiungere la piazza centrale ma la forte presenza degli antifascisti, tra cui anche immigrati, ha fatto sì che il corteo dei fasci subisse ritardi e deviazioni di percorso. In piazza i fasci non ci sono mai arrivati, limitandosi a percorrere vie secondarie, scortati passo a passo da un dispiegameno enorme di forze dell’ordine – circa 300 agenti in antisommossa e ben 9 blindati – intonando grugniti contro gli immigrati e in difesa dell’italianità…poi tutti a casa, nuovamente scortati fino al parcheggio anch’esso blindato.

Le forze dell’ordine, apparse molto agitate, in un primo tempo hanno cercato di chiudere un gruppo di antifascisti in via Mazzini, bloccandoli da due lati poi, facendoli passare spingendoli fino in piazza. Hanno pensato bene di fermare alcuni di loro, identificandoli e facendo la voce grossa. A tre ragazze un fomentato carabiniere in antisommossa ha fatto sapere che “sarebbe bello se ci fosse ancora uno come il Duce, così a voi vi sparerebbe in testa!“. Tutto ciò per permettere a 45 nazisti di vomitare per due ore il loro odio nei confronti dei migranti!

Da un po’ di tempo a Forlì queste provocazioni sono palesemente appoggiate dalla questura, che oltre a garantire agibilità pubblica a queste merdacce, quest’estate ha emesso nuovamente alcuni fogli di via per 4 antifasciste/i che si erano opposte/i nell’inverno scorso a due manifestazioni di Forza Nuova e Casa Pound. I fascisti possono aprofittare anche dell’appoggio di banche (l’ultima uscita di Casa Pound era stata la presentazione di Sovranità proprio nella saletta della Banca di Forlì di via Bruni 2 e lo stesso portavoce di “Forlì ai forlivesi” ha a che fare coi banchieri) e partiti istituzionali come i razzisti della Lega Nord, sdoganatori ufficiali degli squadristi del terzo millennio, che a Forlì possono anche vantare la loro sede romagnola (il “Barbanera” di via Donizzetti, aperta da Casa Pound Forlì nel maggio 2014).

Questa convergenza di interessi tra neofascisti- partiti populisti della destra liberista-forze dell’ordine-potentati economici sta cercando di esprimersi attraverso una nuova campagna comune anti-immigrati, di cui la nascita di comitati come “Forlì ai folivesi”. Risulta infatti che altri comitati come questo siano nati o stiano nascendo anche in altre città (“Bologna ai bolognesi”; “Verona ai veronesi”, etc…). La stretegia peraltro sembra cercare di ripetere a livello nazionale l’esperienza di due anni fa del “coordinamento 9 dicembre” (ovvero il movimento dei cosiddetti “forconi”) riunendo le forze di estrema destra e alcune categorie della classe media e del lavoro autonomo ma attorno a poche (ma chiare) parole d’ordine: no agli immigrati, prima gli italiani, rilancio dell’economia locale tartassata da tasse e competizione globale. Non stupirebbe se nei prossimi mesi si assistesse a manifestazioni sbandierate come “spontanee” ma invece pilotate ad arte da questi gruppi, nel cercare di creare un “caso” mediatico a livello nazionale come appunto accaduto per i “forconi” due anni fa o ancora per il movimento anti-immigrazione  tedesco “Pegida”. Tenendo pure in conto che il clima generale di caccia alle streghe contro gli immigrati, amplificato dai recenti fatti francesi, può essere un facile vettore di propagazione, come abbiamo potuto vedere lo scorso anno in occasione delle violente mobilitazioni dei fascisti a Roma, a Treviso e in altre città contro rifugiati e richiedenti asilo, che sono forse da considerare come una prova generale.

Monitorare le attività di questi gruppi e cercare di individuarne preventivamente le mosse può essere un utile passatempo. In ogni caso, combattere sempre i fascisti ovunque si trovino!

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Qualche informazione su “Forlì ai forlivesi” e il suo fondatore

Da qualche mese è nato un nuovo comitato fascista a Forlì, si chiama “Forlì ai forlivesi” ed è animato da esponenti e simpatizzanti di Forza Nuova o fuoriusciti da questo stesso partito neofascista.

Si definiscono “apartitici” ma il loro programma parla chiaro: lotta all’immigrazione, rilancio e “riqualificazione” del centro storico ad uso e consumo dei bottegai (tra l’altro hanno elogiato la riqualificazione dei monumenti e dell’arghitettura del ventennio operata dalla giunta comunale di centro-sinistra), primato nazionale nell’erogazione dei servizi e del walfare (il vecchio “prima gli italiani!”, insomma).

Il fondatore di questa accozzaglia di fasci si chiama Fabrizio Fiorini, 39 anni, pescarese di origine ma residente da qualche anno in città.
Fiorini è il direttore responsabile della rivista “L’Uomo Libero”, che da più di trent’anni pubblica scritti razzisti, antisemiti e negatori della shoah e dei campi di sterminio nazisti. Il vecchio direttore era Piero Sella, noto negazionista e simpatizzante del terzo reich.
L’Uomo Libero possiede anche una omonima casa editrice, fondata nel 1979, che pubblica anch’essa libri sulla storia della RSI mussoliniana e negazionisti dello sterminio degli ebrei: gli stessi libri di Piero Sella e di Sergio Gozzoli, collaboratore storico della rivista, ex RSI e poi nel MSI, razzista e antisemita viscerale, in passato incriminato ed incarcerato per un assalto ad una sede milanese del Partito radicale (nel 1960) e per violazione della legge in materia di razzismo (nel 1996 nell’inchiesta contro “Azione Skinhead” di Milano) e indicato come l’ideologo di punta del movimento skinhead di destra, di “base autonoma” (gruppo disciolto per istigazione al razzismo) e di Forza Nuova.

Oltre a Fiorini, l’odierno direttore editoriale della rivista “L’Uomo Libero” è tal Mario Consoli, noto teorico negazionista, nonché avvocato difensore di molti revisionisti e negazionisti storici.
Fabrizio Fiorini, invece, oltre che responsabile del comitato forlivese e della rivista “L’Uomo Libero” è anche uno dei responsabili della Lega Nazionale, ovvero il tentativo e l’embrione di sviluppare la Lega Nord sull’intero territorio nazionale, sull’esempio del Front National francese della Le Pen.
Alla lega Nazionale aderiscono diverse riviste e siti d’area neofascista, quali “L’Uomo Libero”, “Rinascita”, “Italia Sociale” ed altre.

A tal proposito vi è stato un convegno, a Roma, il 21 aprile 2015, intitolato “Verso una Lega Nazionale”, in cui oltre a Fiorini e allo stesso segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, partecipava il gota del neofascismo italiano: Mario Borghezio (Lega Nord, ex Ordine nuovo e Jeune Europe), Ugo Gaudenzi (direttore di Rinascita ed ex fondatore di Lotta di Popolo), Robero Jonghi Lavarini (Destra per milano, ex MSI ed ora Salviniano convinto), Aymeric Chauprade (europarlamentare del Front national), Lorenzo Fiato (portavoce di Generatione Identitaria, epigoni italiani di un’omonima compagine francese fascioleghista) e con l’adesione anche di Aleksandr Dughin, ideologo dell’eurasiatismo e consulente del presidente russo Putin.

Fiorini, collaboratore della rivista “Rinascita” di Gaudenzi, in passato ha collaborato con Forza Nuova: nel marzo 2012 a Bologna, alla sala dell’Angelo nel quartiere Santo Stefano, partecipò ad un convegno contro la cittadinanza ai figli degli immigrati residenti in Italia, assieme a Maurizio Rossi delle “Edizioni AR” (quelle che pubblicano gli scritti di Hitler, casa editoriale di proprietà di Franco Freda, il celebre neonazista riconosciuto colpevole della strage di Piazza Fontana ma non più processabile, nonché fondatore di quel Fronte Nazionale sciolto per istigazione al razzismo e ricostituzione del partito fascista) organizzato da Forza Nuova Bologna, evento che creò una mobilitazione delle forze antifasciste cittadine; nell’estate 2014 è intervenuto come relatore al raduno neofascista “ritorno al campo Hobbit” di Russi a Ravenna (in via Santa Rosa a Cortina, di Russi, su terreno e casolare privato), che riprendeva sin dal nome l’esempio dei campi Hobbit organizzati negli anni 70 dal Fronte della Gioventù del MSI. Al raduno, organizzato all’ex forzanovista Raffaello Mariani, si svolsero corsi di arti marziali e concerti di musica nazi-rock, con tanto di bandiere con la croce celtica in bella evidenza. Più recentemente ha partecipato come relatore ad un “campo comunitario” di Forza Nuova il 18/19 luglio a Lido di Dante-Ravenna (in via Candianazzo, su un’area messa a disposizione da un privato) che ha visto la partecipazione di neofascisti da varie parti d’Italia, banchetti di materiale fascista e concerti di gruppi nazi-rock come Legittima Offesa, Linea del Fronte e Hobbit.

La conferenza a cui partecipava Fiorini si intitolava “la dittatura dell’ideologia gender” e vedeva oltre a lui, il neofascista Adolfo Morganti (presidente dell’Ass. Identità Europea) e Desideria Raggi, responsabile di Forza Nuova Faenza e dell’Ass. Evita Peron.
Fiorini a Forlì il 16 maggio 2014 è intervenuto ad un dibattito pubblico sulla sovranità monetaria organizzato dalla lovale sezione del movimento “Idea Sociale” fondato dal defunto Pino rauti, ex RSI, fondatore di Ordine Nuovo e neonazista convinto.
In rete circolano numerosi scritti di Fiorini, in prevalenza contro l’immigrazione, negazionisti della shoah e simpatizzanti con lo stato creato dai nazionalsocialisti tedeschi e antiamericani.